Alessia Missiaggia non sta certo seduta sugli allori!

I grandi obiettivi di Alessia Missiaggia, tra fatalità e conquiste, tra studio e sport: i suoi undici anni di ciclismo e la sua esperienza in Canada dopo aver dominato il mondo.
4 dicembre 2017 - È riuscita a sfruttare la fatalità trasformandola in un’occasione, non lasciando poi nulla al caso! Determinazione e voglia di mettersi in gioco sono stati solo alcuni degli ingredienti che le sono valsi la conquista del tetto del mondo.
Alessia Missiaggia ha diciotto anni e il titolo di Campionessa del Mondo Down Hill 2016 “in tasca”, ma non è certo una ragazza che ama stare seduta sugli allori... li vuole come corona sulla testa!

 

“Ciclisticamente nasco a Laives, una cittadina a pochi chilometri da Bolzano nell’ormai lontano 2006.

Dal calcio al ciclismo
All’epoca avevo sette anni e giocavo a calcio in una squadra locale, ero l’unica bambina. Nel campo di atletica vicino a dove ci allenavamo c’era una squadra di ciclismo su strada che si allenava lì. La mia famiglia non era nuova al ciclismo, sia mio papà che mia mamma praticavano bici da corsa, e io stessa ero comunque a contatto con l’ambiente, però non mi era mai davvero venuta l’idea di pedalare.
Vedendo loro pedalare ho però voluto provare e così poco tempo dopo ho mollato il calcio e mi sono data completamente al ciclismo. Da quel momento fino ad adesso non ho mai smesso di essere in sella alla bici.
C’è da precisare però che la bici non è stata sempre la stessa.

Strada
Per sette anni ho corso su strada, non andavo nemmeno male, non ero magari la più forte di tutte, però ho detto più volte la mia e anche nei due anni da esordiente mi sono presa le mie soddisfazioni.
Però c’era qualcosa che non andava, avevo la sensazione che il mio mondo non potesse più essere quello e da allora la scelta di cambiare.

Il DH: una scoperta
Nello stesso anno della mia ultima stagione da ciclista su strada avevo provato, assolutamente per caso, il downhill. E ho scoperto che mi piaceva davvero tanto.
Ovviamente, quando l’anno dopo, nel 2013, ho iniziato a gareggiare, non potevo immaginare come sarebbe andata a finire. Era più che altro un passatempo che mi piaceva davvero tanto.

La svolta
Sotto questo punto di vista la svolta c’è stata alla fine della mia prima stagione agonistica: Roberto Vernassa, il c.t. della Nazionale di downhill, mi ha chiamato e mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto partecipare ad uno stage e a certi inviti non si può proprio dire di no.

Un grande obiettivo raggiunto
Da quello stage a San Remo è nato un progetto: preparare i mondiali di Val di Sole del 2016.
Seppur potesse sembrare un obiettivo davvero lontano e difficile da raggiungere me lo sono messa in testa e ho deciso che io, l’11 settembre 2016, avrei indossato la maglia iridata.
Ora, qui a parole, è difficile spiegare tutto quello che c’è stato dietro quei mesi di allenamento. I sacrifici, sia miei che delle persone che ho avuto intorno a me, sono stati davvero molti. Ci sono tutte quelle cose che quando sei sul podio con la medaglia al collo non si vedono, ma ci sono naturalmente stati, e in qualche modo quella maglia ha ripagato tutto.
Ma la parte migliore è arrivata l’anno dopo: la possibilità di vestire l’iride durante tutta la stagione e sui campi di gara di tutto il mondo. Per un ciclista, che faccia downhill o strada, non penso possa esserci emozione maggiore.”

Cos’hai pensato appena ti abbiamo contattata e cosa ti ha portato ad accettare di raccontarci la tua storia?
Spero che raccontando qualcosa di me e dello sport che pratico io riesca a motivare altre ragazze a praticare la disciplina del downhill, così che il movimento italiano possa crescere!

Sei ancora appassionata di calcio? Lo segui?
Mi piace il calcio, ma non amo l’ambiente, soprattutto quello italiano. Seguo di più quello estero. Purtroppo, a mio parere, il calcio qui in Italia tende ad esasperare le persone. Credo che il calcio sia quasi una fissazione che va oltre al semplice gesto sportivo, una volta finita la partita si continua a parlarne per giorni e giorni creando inutili polemiche. Mi piacerebbe fosse basato sul semplice gioco, perché d’altronde è di questo che si tratta.

11 anni in sella a una bici... Cosa significa per te pedalare e cosa ti ha spinto e ti spinge a non smettere?
È difficile dire cosa significhi per me pedalare, sicuramente è una parte fondamentale della mia vita e lo sarà per sempre. Ormai stare in sella ad una bici è diventata una cosa naturale.
Non smetto semplicemente perché non potrei rinunciare a tutte quelle sensazioni positive che provo su una bici, poco importa di quale si possa trattare.

Il Downhill, iniziato come passatempo, ha dato una “svolta” alla tua storia ciclistica iniziata su strada.
La bici da strada l’hai appesa definitivamente al chiodo?
Decisamente no, mi ci alleno parecchio. Ora addirittura faccio gare di ciclocross, o quanto meno ci provo.
Solitamente mi alleno uno o due giorni a settimana in bici da corsa, mi piace tantissimo andarci.

Cosa ti piace del DH e quali sono gli aspetti di questo sport di cui non potresti fare a meno?
Mi piace tantissimo la velocità e l’adrenalina, sono due componenti di questo sport per me fondamentali.
Mi piace l’idea di uscire dalla mia zona di comfort e provare cose nuove.
Poi mi piace molto l’ambiente che c’è attorno al downhill. In Canada, grazie a questo sport, ho potuto conoscere moltissime persone.

Se ce ne sono, quali sono invece quelli che ti impauriscono di più?
Non c’è un aspetto che mi impaurisce, anche se è normale che si trovino su certi percorsi dei passaggi piuttosto che dei salti che mi spaventano. Fa parte del gioco.

Da Junior, l’anno scorso, la conquista dell’oro mondiale DH in Val di Sole e, subito dopo, la partenza per il Canada, dove avevi deciso di diplomarti.
Due obiettivi diversi, entrambi raggiunti grazie alla tua tenacia e ai tanti sacrifici....
Ai tempi d’oggi in cui si sente spesso parlare di una nuova generazione apatica, di giovani privi di ideali e di obiettivi, ti ritieni di più un esempio da seguire o un’eccezione che conferma la regola?
Non penso di essere un’eccezione particolare.
È vero, non tutti i ragazzi sono attivi come magari lo sono io, ma c’è comunque una solida componente giovanile che si impegna con passione nel fare ciò che gli piace, nei campi più disparati. Sarebbe bello che questa componente divenisse sempre più numerosa e motivata.

Che ruolo hanno, o dovrebbero avere, secondo te, la scuola e lo sport per il presente e il futuro di voi ragazzi?
A mio parere la scuola e lo sport dovrebbero collaborare.
Purtroppo il sistema scolastico italiano, nella maggior parte dei casi, tende a sottovalutare il ruolo dello sport nella formazione dei giovani, io invece lo ritengo un modo per aiutare a crescere i ragazzi con dei solidi valori, abituandoli a lavorare per raggiungere i loro obiettivi.

In generale, a fronte dei tanti bei risultati ottenuti dalle donne sportive italiane, cosa pensi che dovrebbe essere migliorato o modificato, affinché venga riconosciuto al movimento femminile lo spazio che merita?
In Italia credo che il problema sia collegato alla mentalità generale, c’è l’idea che la fatica delle donne non sia all’altezza di quella degli uomini.
È vero anche che dall’alto si tende a considerare di più il movimento maschile rispetto a quello femminile, ma è anche vero che finché la richiesta dal basso è rivolta unicamente verso l’universo maschile si può fare ben poco.

E, in particolare nella tua disciplina, perché possa svilupparsi maggiormente?
Mi piacerebbe che l’UCI obbligasse i quindici più importanti team di Coppa del Mondo ad avere tutti almeno una donna in squadra e non solo a livello formale, ma con un contratto di lavoro vero e proprio. Sono dell’idea che se si vuole far sviluppare un settore si deve investire in questo.
Purtroppo ci sono molti volti noti del downhill che credono che le donne non debbano nemmeno andare in bici….

Tornando ai tuoi due obiettivi raggiunti...
la prima cosa che ti viene in mente pensando alla Black Snake?
Penso a quel momento in cui ero all’arrivo e mi sono resa conto che avevo vinto il Mondiale. È come se fosse successo ieri.

E pensando al Canada?
Senza dubbio il freddo, l’ho sofferto tantissimo, per fortuna che abitando in Alto Adige ci sono abituata.

Durante la tua esperienza studio, hai avuto modo di conoscere il mondo sportivo canadese? Hai trovato delle differenze? Quali?
Una grandissima differenza tra il mondo sportivo canadese e quello italiano è che molti sport lì si possono praticare nelle squadre delle scuole. Questo permette a tutti di avvicinarsi ad alcuni sport che magari in un altro contesto non potrebbero praticare per via del fattore economico.
C’è un grande senso del fair play, forse troppo, e l’agonismo è vissuto in maniera molto pacifica.

Dopo un anno, cosa ti è mancato di più del tuo territorio - l’Alto Adige?
In realtà tra la British Columbia e l’Alto Adige non ci sono molte differenze nel paesaggio, però mi è mancato moltissimo il cibo e anche le persone. In Canada sono molto più fredde e distaccate.

In cosa ti sei diplomata e cosa fai adesso?
Mi sono diplomata in una High School canadese, adesso studio Giurisprudenza all’Università di Milano.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi ciclistici?
Ho un sogno che per ora è davvero molto lontano, si chiama Tokyo 2020, però dovrò cambiare bici…, ma per ora non mi sbilancio.

E di donna?
L’università al momento ha la mia totale priorità su tutto!

La tua nomination e la motivazione…
Mi piacerebbe nominare Veronika Widmann perché ci siamo allenate spesso insieme e è anche grazie a lei se sono riuscita a salire sul podio in Val di Sole!

Ilenia Milanese
cicliste.eu

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