Non sappiamo se torniamo

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

Secondo i dati ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica) del 2017, circa 16mila ciclisti sono stati coinvolti in incidenti stradali; di questi, 254 hanno perso la vita. Non ci si riferisce solo a ciclisti professionisti o agonisti, ma anche a tutti i cittadini che prediligono la bicicletta come mezzo di trasporto: siamo tutti coinvolti.

 

“Sono uscita ad allenarmi dietro macchina, era un mercoledì di maggio. Stavo percorrendo un falsopiano in discesa, un’automobile ha tagliato una curva e mi ha investita. Aveva appena iniziato a piovere e l’allenatore, alla guida, mi ha detto che mi avrebbe caricata in auto subito dopo quella curva.”

Immaginatevi la scena: una macchia verde speranza, che fa a pugni con il nero della morte. Quella macchia è Agnese Romelli, distesa sull’asfalto bagnato, la diciottenne bergamasca, coinvolta il 9 maggio scorso in un incidente stradale.

Facciamo un balzo indietro all’anno 2006. Com’è scattata la scintilla con la bicicletta? Hai avuto la possibilità di dedicarti al ciclismo in totale sicurezza?
“La bicicletta è sempre stata una costante nella mia vita. Mi sono appassionata ai tempi dell’asilo, prendendo come esempio mio padre. In seconda elementare ho potuto, finalmente, essere iscritta ad una società e ho mosso le prime pedalate in un circuito di 500metri. Quel circuito mi metteva serenità: mi permetteva di scambiare due parole con i compagni tra una pedalata e l’altra, in sicurezza.”

Questa serenità, però, viene presto a mancare. All’età di 11 anni, Agnese, si trasferisce con la famiglia in una zona montuosa, in cui le è difficile allenarsi. Abbandona così l’idea di un futuro in sella.
Però, si sa: “Il primo amore non si scorda mai”, e, Agnese, riprende ben 6 anni dopo l’attività agonistica, tesserata in una squadra maschile, il Velo Club Sarnico.

Le squadre femminili, a cui avevo fatto domanda, non sono state disposte a scommettere su di me. A Sarnico, invece, mi hanno fatta sentire a casa. Il fatto più confortante era il poter essere affiancata da un adulto e da altri ragazzi sulle strade. Sono piccolina di corporatura, ho sempre avuto il timore che le auto non mi vedessero.”

Un auto non ha visto Agnese il 9 maggio 2018, non ha visto la macchia verde e i lunghi capelli biondi.
“Non ricordo nulla dell’incidente. Ricordo solo di essermi sentita annullata, come persona e come donna. Come persona, avevo perso i miei obiettivi. Il mio mondo ruotava intorno alla scuola e alla bici, e, da un giorno all’altro, mi sono trovata senza nulla. Come donna, perché ho subito l’amputazione di un avambraccio, avevo paura del diverso."

Quanto può essere difficile, accettarsi e sentirsi accettata, in una società basata sul puro apparire?
“La prima volta che mi sono guardata allo specchio, è stato quasi per sbaglio, volevo sistemarmi i capelli. Inizialmente, mi è venuta a mancare l’aria. Invece, dopo qualche minuto, sono arrivata alla conclusione che, se avessi voluto ricominciare, il primo passo sarebbe stato accettarmi, piacermi. Ho capito che il mio “non-avambraccio” era la mia vittoria, dimostrava che ero ancora qui.”

Come si approcciano con te le persone?
“Le uniche persone a me estranee che tentano un approccio sono i bambini. Mi chiedono cosa mi sia successo e se il braccio ricrescerà. Gli adulti, al contrario, mi fissano con aria compassionevole. Non capiscono che mi manca solo un pezzo, ho tutto ciò che mi serve”

Il 29 giugno scrivevi su Instagram:”Era un sogno prima e rimane un sogno adesso.”
Dove hai trovato la forza per riprenderti la vita e inseguire i tuoi sogni?
“Con quel post intendevo dire che ho scelto di stare bene. Per me, stare bene, significa faticare e avere il mal di gambe. Non rinuncio al mio sogno, anzi ho ancora più volontà di prima. Voglio dimostrare che non ho niente in meno delle altre. La forza l’ho trovata nelle persone che mi vogliono bene. Mi stavano vicine, ma soffrivano, lo avvertivo. Allora, ho provato a sdrammatizzare. Volevo contagiare di felicità tutti, e, alla fine, mi sono tirata su da sola.”

La riabilitazione, invece, è stata come una gara di eliminazione in pista, come l’hai vissuta?
“La riabilitazione è stata una sfida dopo l’altra. Mi ero dimenticata come si camminasse e mi hanno dovuto spiegare come si facesse. L’unica cosa che il mio cervello e i miei arti non avevano dimenticato era pedalare. Mi hanno messa su una cyclette e ci sono riuscita al primo colpo.”

In futuro c’è l’opzione di avere di una protesi bionica?
“Non è possibile. Ho i nervi di quel braccio strappati dall’altezza delle vertebre, quindi il muscolo non riceve gli stimoli, è un peso morto. Potrei averne una a scopo estetico, ma non l’ho voluta e non la voglio tutt’ora”

Nel cassetto di Agnese c’è ancora un posticino per un altro sogno?
“Sì, c’è: il paraciclismo.”

Francesca Daniel

Cicliste.eu seguirà e sosterrà Agnese durante il suo percorso di crescita sportiva e di donna. Seguiremo l'evolversi della causa fino al processo e dopo se sarà necessario. Sono sicuro che il movimento del ciclismo sarà attento ad Agnese e a questa brutta vicenda. 
Al momento non ci sono speranze per un arto bionico ma noi speriamo che che l'evoluzione della scienza possa essere di aiuto alla ragazza. Insieme ad Agnese inizieremo una battaglia per sensibilizzare l'opinione pubblica e le Istituzioni tutte affinchè possano mettere a punto un progetto di Sicurezza come è già avvenuto in tutto il resto del Mondo civile.

Ringrazio Agnese per essersi messa a disposizione della nostra Francesca Daniel e di averle raccontato la sua storia: speriamo di esserle di aiuto.

Walter Pettinati

 

 

 pettinati

Keyword

Category

Author

Tag

no-doping
si-salvaciclisti
no-violenza
no-razzismo
Cicliste.eu © 2019 - PROMOITALIA [PETTINATI COMMUNICATION]