Anna Ceoloni e la sua sfida arricchente su due ruote

Curiosità ed entusiasmo sono gli ottimi compagni di chi, come Anna Ceoloni, ha iniziato a pedalare tardi. Ma esiste un’età giusta per iniziare? La portacolori della S.C. Michela Fanini ci racconta com’è stato passare dalla corsa su due piedi a quella sulle due ruote e dove è diretta.

11 giugno 2018 - Una passione affievolita dal perso tempo e da qualche criticità è stata il punto di partenza dell’avventura su due ruote di Anna Ceoloni, iniziata a metà del 2014, quando ha fatto il suo debutto nel ciclismo amatoriale. Mondo che le ha fatto riscoprire il piacere di fare sport per puro divertimento e che di lì a poco le ha dato gli stimoli giusti per rimettersi in gioco, al punto di farle fare, tra mille difficoltà, il grande tuffo nelle élite nel 2016. Ora Anna, superato più di qualche ostacolo e nella sua piena consapevolezza dei limiti dettati dalla sua inesperienza, sta affrontando il suo terzo anno tra le big accompagnata da quella curiosità e quell’entusiasmo che solo una passione può regalare.

Classe 1991, Anna è piemontese e, con una laurea in tasca, scrive, ingannando l’attesa che la divide da uno dei suoi sogni più ambiziosi…. “La mia storia sportiva inizia piuttosto tardi, all’età di 14 anni: è allora che ho iniziato a correre, anche se il mezzo con cui gareggiavo non era una bicicletta bensì… i piedi.

L’esordio di corsa
La prima disciplina con cui mi sono cimentata è stata infatti l’atletica leggera, in particolare la corsa di resistenza: disputavo gare su pista, su strada ed anche le campestri, che erano il genere che preferivo e nel quale ottenevo anche i risultati migliori.

L’avventura su due piedi e ...
Le scarpe da ginnastica sono state le mie compagne di allenamento per nove anni, fino a quando ho capito che indossarle diventava sempre più un peso e sempre meno un piacere: le articolazioni sollecitate, i risultati poco soddisfacenti e l’assillo del cronometro, giudice implacabile di ogni gara, mi hanno fatto perdere buona parte della passione con cui mi ero accostata a questa disciplina.

… il cambio di programma
È per questo motivo che a 23 anni ho deciso di cambiare e di confrontarmi con uno sport diverso, anche se non del tutto sconosciuto: Mario, mio papà aveva corso in bici da giovane e mi raccontava spesso delle sue esperienze sui pedali, oltre a seguire puntualmente in tv le edizioni del Giro d’Italia e del Tour de France. Tra l’altro, dopo un periodo lontano dal ciclismo, è tornato a gareggiare anche lui come amatore.

La confessione e il debutto sulle due ruote amatoriali
Quando gli ho confessato di voler salire in sella è rimasto piuttosto stupito, mi ha messo in guardia sui pericoli e sul rischio di fallimenti o delusioni, però ha subito contattato una squadra amatoriale con cui nel giro di poco tempo sono tornata a correre, stavolta su una bicicletta. In questo nuovo ambiente ho ritrovato il piacere di fare sport, senza troppe ansie o timori per il risultato: ho trascorso quindi un anno e mezzo molto divertente, in cui le gare e gli allenamenti non servivano ad ottenere qualcosa in particolare (men che meno gli immancabili pacchi di riso o pasta messi in palio alle corse!), ma semplicemente a trascorrere momenti piacevoli.

Il salto tra le elite nella Servetto Footon
Nonostante tutto però la prospettiva di alzare la posta in gioco è diventata più allettante: ho iniziato ad informarmi sulla possibilità di compiere il temuto ma affascinante salto tra le elite, e nella stagione 2016 sono stata accolta nella Servetto Footon. In occasione della prima corsa ricordo la tensione prima della partenza ma specialmente dopo, nei primi chilometri, quando mi sono subito resa conto che correre in un gruppo di 150 ragazze non era come pedalare in uno da 60 corridori, come ero invece abituata a fare. Nel giro di poco tempo la difficoltà a mantenere la posizione, l’insicurezza e la goffaggine hanno fatto sì che attirassi le ire (legittime) di molte cicliste, ed ancora adesso sono un problema che fatico a gestire.

Due anni nella S.C. Michela Fanini
Tuttavia non si può negare che l’opportunità di correre al fianco delle migliori atlete al mondo è davvero preziosa: senza dubbio le esperienze che ho avuto la fortuna ed il privilegio di fare, negli ultimi due anni gareggiando con la Michela Fanini, sono ricordi indelebili che conserverò con orgoglio, pur nella consapevolezza dei miei limiti e della distanza dalle vere campionesse.”

Sei stata nominata da Gloria Manzoni con la seguente motivazione:
“Nomino Anna Ceoloni perché è un’ottima persona e anche lei ha iniziato a pedalare tardi in FCI.”

Cos’hai pensato appena ti abbiamo contattata e cosa ti ha portato ad accettare la nomination?
Non mi aspettavo di ricevere questa nomination e ringrazio Gloria e voi di Cicliste.eu per l’attenzione che mi dedicate: non a tutti capita l’opportunità di essere intervistati.

È più forte una catena o una rivoluzione?
Tra una catena ed una rivoluzione penso sia più forte la seconda: una catena può cambiare la vita di chi la muove, ma non penso sia in grado di aprire nuovi orizzonti ad un’intera comunità. Tuttavia lo sport può e potrà fare molto per portare rinnovamento: l’importante è che lo faccia in senso positivo.

Sei l’esempio lampante di come una passione possa entrare nelle vene al punto di rivoluzionarci la vita. In generale, quali ritieni siano i lati positivi e negativi di inseguire i propri impulsi e desideri?
Per realizzare i propri desideri occorrono determinazione ma anche una serie di condizioni favorevoli (nel mio caso ad esempio il supporto della mia famiglia e della mia società). Quando poi vedi che le tue aspettative si realizzano, la passione ti ricompensa con l’entusiasmo: è come un circolo virtuoso in cui ogni piccola conquista (non necessariamente un risultato eclatante) alimenta ancora di più la forza di volontà nel proseguire. D’altro canto però questo è un “fuoco” che può spegnersi rapidamente di fronte alle difficoltà impreviste, e lasciarti sola di fronte a dubbi che prima non avevi preso in considerazione.

Una passione ha un inizio e una fine?
La passione secondo me si basa soprattutto sull’emotività e l’istinto: per questo è una forza molto potente ma anche fragile, perché l’emozione che l’alimenta può spegnersi facilmente, magari a causa di una delusione. Non è detto che ciò accada, ma a mio parere le passioni vanno sostenute e controllate con la razionalità, proprio per evitare che diventino esagerate o perché, al contrario, spariscano di fronte ad ostacoli imprevisti. Non vorrei fare discorsi troppo oziosi…, solo dire che secondo me una passione può mantenersi come tale solo se la si vive con buon senso, altrimenti o scompare o diventa un’ossessione.

Se dovessi porre sui due piatti della bilancia i pro e i contro del tuo esordio tardivo in bicicletta, cosa metteresti e quale dei due peserebbe di più?
Penso che il vantaggio di aver cominciato tardi a praticare ciclismo sia la curiosità e l’entusiasmo di mettersi alla prova, in un mondo in cui c’è sempre tanto da scoprire. Non si può negare però che certi automatismi si imparano solo da bambini, e chi inizia a pedalare tardi come me probabilmente non li acquisirà mai: questo problema secondo me pesa molto nel percorso sportivo, ma d’altro canto sul piano umano è una sfida arricchente.

Quali sono state le difficoltà più grandi che hai superato e quali, invece, quelle che stai ancora affrontando?
Le problematiche che ho incontrato iniziando a gareggiare tra le elite derivavano dalla mia scarsa esperienza, ad esempio del modo di correre o dell’organizzazione della squadra. Col tempo sono riuscita a colmare alcune di queste lacune mentre altre purtroppo no, come l’insicurezza nel muovermi in gruppo.
Le mie paure sono dovute al fatto che pedalare in gruppo non è naturale come è invece per chi ha iniziato a correre da piccolo: istintivamente tendo a mantenere una “distanza di sicurezza” che per le altre ragazze diventa evidentemente uno spazio libero da occupare…, così mi capita spesso che nel giro di pochi secondi mi ritrovo a perdere decine di posizioni, specialmente se sul percorso ci sono curve o cambi di direzione. La stessa difficoltà si presenta quando mi pongo a destra o sinistra del gruppo per portarmi avanti: lo spazio dove le cicliste esperte passerebbero tranquillamente per me è spesso un pertugio impraticabile, così che per avanzare devo spendere più tempo e fatica del dovuto. So che dall’esterno possono sembrare problemi abbastanza ridicoli, ma per me sono un blocco difficile da superare.

Sulla base della tua esperienza, quale pensi sia l’età ideale per iniziare a praticare il ciclismo e a gareggiare?
Penso che in bicicletta si possa salire molto presto, anche perché è una disciplina che aiuta i bambini a sviluppare la coordinazione ed il senso di equilibrio. Per quanto riguarda l’età adatta a gareggiare, non saprei dare un risposta precisa: sicuramente io ho iniziato troppo tardi, ma anche attaccare presto il numero sulla schiena può vanificare uno dei princìpi dello sport, che è il divertimento.

Non è mai troppo tardi per… (completa la frase come vuoi tu)
Mettersi alla prova ed imparare cose nuove.
Quali sono le caratteristiche che una ciclista deve assolutamente avere?
Penso che debba sapersi porre degli obiettivi: è difficile (anche per me) ma è probabilmente la condizione principale per dare il giusto valore all’impegno sportivo. Una volta fissata una meta dovrebbe essere più semplice trovare la determinazione necessaria, ed anche la forza per superare le eventuali difficoltà.

Cosa deve offrire un team ad un’atleta? E un direttore sportivo?
Secondo me una squadra, così come un direttore sportivo, devono avere rispetto dei corridori: ovviamente questo deve valere anche al contrario, nel senso che chi gareggia deve dimostrare serietà ed impegno. In un periodo in cui purtroppo le risorse economiche sono sempre meno consistenti, credo che più del denaro valga la volontà di fare il meglio possibile con ciò che si ha a disposizione.

A proposito di porsi degli obiettivi: ce ne scopri qualcuno riguardante il ciclismo?
Non ho un obiettivo preciso: innanzi tutto sarebbe bello terminare le corse senza rimpianti (il che credo sia già piuttosto difficile!). Certamente poi una vittoria sarebbe un bella ricompensa, anche a livello simbolico, dell’impegno che si dedica a questo sport.

Nel mondo lo sport ha certo svolto un ruolo fondamentale nell’emancipazione della donna, ciò nonostante la strada anche nel nostro Paese sembra essere ancora lunga e in salita. Se oggi avessi il potere di cambiare qualcosa, da dove partiresti e perché?
In alcune discipline la parità tra uomo e donna è già stata raggiunta od è ormai prossima: il livello di difficoltà, i premi e le opportunità di accesso sono uguali per entrambi i generi. Nel ciclismo questo scenario è ancora lontano ma non so se sia effettivamente realizzabile, soprattutto a causa delle distanza percorse in gara dagli uomini, che per la maggior parte delle cicliste sarebbe veramente proibitiva. Senza dubbio sugli altri fronti si può comunque fare molto; io credo che una parte di responsabilità derivi proprio da noi donne: più ragazze si appassionano al ciclismo ed iniziano a praticarlo, maggiore è anche l’attenzione che il movimento riceve dal pubblico, dalle federazioni e da potenziali sponsor.

È arrivato poco tempo fa il tuo primo podio di questa stagione. Ricordiamo, infatti, il tuo secondo posto nella cronoscalata Almafi - Ravello, prima tappa del Giro di Campania in Rosa. Ci racconti com’è andata e che significato ha avuto per te?
I profumi ed i colori della Costiera Amalfitana mi hanno dato una spinta ideale verso questo risultato: in un ambiente del genere è facile amare la bicicletta e dare il massimo. E’ stata davvero una bella gara sotto tutti i punti di vista.
A dire il vero non avrei molto da raccontare su questa cronoscalata, visto che dovevo semplicemente pedalare da sola il più veloce possibile. Ho cercato di mantenere all’incirca la velocità media che mi ero prefissata, cercando di capire quale livello di sforzo potevo mantenere. Pur non avendo nessuno accanto a me ho sentito il tifo di alcune persone lungo il percorso e soprattutto delle mie compagne, che avevano già terminato la prova e quindi mi han visto passare: anche questo mi ha aiutato e fatto molto piacere. Il risultato non era atteso: anche se so che in salita non vado proprio male, le incognite e le variabili come in ogni corsa erano molte.

Di questi anni trascorsi in sella, quali sono state: l’esperienza più bella, quella più inaspettata e quella più difficile?
L’esperienza più bella è stata la mia prima partecipazione al Giro d’Italia, nel 2016: è stata un’occasione che non mi aspettavo di avere, visto che avevo da poco iniziato a correre tra le elite, e dunque particolarmente emozionante.
La sorpresa più grande è stata invece il mio primo podio, che ho conseguito nello stesso anno arrivando terza ad una gara open in Veneto: dopo metà corsa passata ad inseguire in coda al gruppo son riuscita ad andare in fuga con una mia compagna, che poi nell’ultimo chilometro mi ha aiutato facendo il “buco”: senza accorgermene mi son trovata davanti (non avevo ancora capito bene le tattiche più elementari!) anche se poi mi son fatta rimontare negli ultimi metri.
Infine il momento più difficile l’ho vissuto di recente, durante la gara a Cittiglio dello scorso marzo: sarà stato forse per la mia impreparazione e per il clima inclemente, ma non riuscivo proprio ad andare avanti.

Oltre al ciclismo cosa c’è nella tua vita?
Una laurea magistrale in filosofia conseguita lo scorso autunno e la speranza di poterla mettere a frutto in un mestiere che mi dia soddisfazione: so che questo è uno dei miei sogni più ambiziosi….

Che lavoro ti piacerebbe fare?
Sarebbe bello trovare un lavoro che mi permetta di mettere a frutto quanto studiato: non posso negare che per un laureato in filosofia non esista un mestiere specifico, ma occorra piuttosto avere spirito di adattamento e la capacità di applicare saggiamente le proprie competenze. A me interessa l’ambito della filosofia legato alla psicologia ed alle neuroscienze, in ogni caso anche la strada del giornalismo penso possa dare soddisfazioni.

Nel frattempo di cosa ti occupi?
In attesa appunto di trovare un’occupazione a tempo pieno, collaboro per un giornale locale scrivendo notizie dal mio paese, Cigliano in provincia di Vercelli. Ho iniziato a scrivere sette anni fa: allora il giornale della mia zona cercava un collaboratore che riportasse notizie dal mio paese, ed io ho deciso di cimentarmi. Mi piace parlare di cultura ma anche di vicende o situazioni curiose, quando c’è la possibilità di usare anche toni un po’ ironici.

Se le passioni sono ciò che spingono in avanti le nostre vite, il tuo amore per il ciclismo dove ti sta portando?
Credo e spero che questa attività non faccia solo crescere le mie capacità fisiche ma lasci degli insegnamenti validi anche per il mondo oltre la bicicletta. Vorrei insomma che quando smetterò di gareggiare non mi rimangano solo bei ricordi, ma anche degli strumenti con cui affrontare meglio il futuro.

La tua nomination (possibilmente avversaria) e la motivazione…
Vorrei nominare Gaia Tortolina, ciclista della provincia di Alessandria che da quest’anno corre per la squadra belga Equano-Wase Zon Cycling Team. Ho pensato a lei perché è una ragazza molto determinata che potrebbe essere d’esempio a tante: l’anno scorso ha iniziato a gareggiare in Belgio e si è messa in luce con diversi piazzamenti, ora continua questa sua avventura nonostante le trasferte molto lunghe e gli studi universitari, che sta portando avanti tra l’altro con ottimi risultati negli esami.

Ilenia Milanese
cicliste.eu
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