Una gran bella “Classica” in compagnia di Lucio Rigato

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Un saliscendi tra storia e attualità, pedalando attraverso il ciclismo femminile con uno dei suoi simboli indiscussi: Lucio Rigato. 
18 novembre 2017 - Un curriculum carico di passione, dedizione ed esperienza, incorniciato dalla lunga serie di soddisfazioni e di risultati, quello di Lucio Rigato. Classe 1952, è da ventiquattro anni alla guida della Top Girls Fassa Bortolo di Spresiano, di cui è il fondatore oltre che direttore sportivo, è un pioniere del ciclismo femminile Veneto, nonché paladino del Made in Italy.

Oggi è lui il nostro grande compagno, in una gran bella “Classica” attraverso il mondo del ciclismo femminile. Un interessante saliscendi tra storia e attualità, problematiche e soddisfazioni, evoluzione e futuro.

 

Perché fondare e dirigere un Team femminile?
Ahah... bella domanda!

La carriera
Dal 1972 al 1976/77
Ho cominciato agli arbori del ciclismo femminile facendo il direttore sportivo con le donne della C.S. Zanette Ceramiche Pianzano nel ‘72. Era la prima squadra di donne fondata nel Triveneto e apparteneva a mio suocero che, essendo un po’ anziano e non riuscendo più a seguirla, aveva dato a me in mano le redini.
All’epoca in tutta Italia c’era una gara ogni domenica, o quasi, dove le donne si affrontavano tutte insieme perché esisteva un’unica categoria femminile, senza le distinzioni di adesso (esordienti, allieve, junior, ecc...).

Ho allenato la C.S. Pianzano fino al ‘76-‘77. L’ho lasciata quando ho riaperto la carrozzeria di mio papà perché non avevo più il tempo di dedicarmi completamente al ciclismo.
In quell’asso di tempo mi hanno coinvolto con i maschi esordienti, junior e dilettanti. Lo facevo sporadicamente, per dare una mano e per rimanere nell’ambiente. I maschi, però, non mi hanno coinvolto completamente.

Dal 1990 al 1993
Mi sono riavvicinato al settore femminile nel ‘90 con una squadretta paesana di una frazione di Spresiano in cui c’erano anche delle ragazzine.
Con loro sono andato avanti fino a quando ho realizzato che la società non condivideva i miei progetti di progredire per arrivare a una squadra femminile “seria”.

La svolta nel 1993 grazie alla moglie...
La svolta è arrivata dopo la presa di posizione di mia moglie, che, vedendomi arrivare a casa arrabbiato da qualche riunione, mi ha detto: «Lavori 12 ore al giorno, il ciclismo è l’unico svago che hai e torni a casa anche arrabbiato?! Il tesserino, le macchine e gli sponsor sono tuoi (li avevo portati dentro io)... fatti la squadra e che sia finita!».
Non l’avesse mai detto! La mattina dopo alle 9 avevo già la Partita Iva.

Ricordo bene il conflitto abbastanza acceso in famiglia per decidere il nome della società che volevo chiamare “Orso Yoghi” - personaggio dei cartoni animati di cui sono sempre stato molto appassionato. Discussione conclusasi poi con il comune accordo tra me, mia moglie e mia figlia, di mantenere l’orso come simbolo della squadra e di chiamarla con il nome che piaceva a tutti: “Top Girls”.

Così è nata la società.
Abbiamo fondato la squadra nel ‘93 e, a gennaio del ‘94, siamo partiti con sei ragazze, tra le quali Elena Merenti - la mamma della Bramati - Chiara Barbiero e anche le due ragazzine della squadra che allenavo prima.
E siamo ancora qua.

Fondare e guidare un Team femminile è un misto tra la fatalità e il fatto che comunque le donne mi davano qualcosa in più.
Gestire un gruppo di ragazze non è assolutamente come gestire un gruppo di ragazzi.
Una volta conquista la loro fiducia, le donne ti seguono, anche se chiedi loro una pazzia. Gli uomini, no, dopo averti “mandato a quel Paese” non lo fanno, si disinteressano di più.
Seguire le donne per me è molto più stimolante, sono molto più difficili, più permalose... ci sono più gelosie e innamoramenti. C’è “un po’ tutto” in più e non è facile.
Poi con l’età, logicamente, aumentano anche le difficoltà. Un’esordiente o un’allieva è ancora “bimba” e, se hai un po’ di polso e di carisma, la puoi condurre tranquillamente, ma man mano che cresce, le complessità diventano di più perché sta vivendo il passaggio tra l’adolescenza e la maturità oppure perché è già una donna.
È per questo che da 8/9 anni faccio solo la categoria élite.

La Top Girls in 24 anni ha sempre mantenuto il suo spirito: puntare sulle giovani italiane talentuose per valorizzarle e farle crescere. A giudicare dai risultati ottenuti negli anni, si può dire che la “strategia” di appoggiare, indirizzare e scommettere sul ciclismo Made in Italy sia stata vincente e che lo sia ancora?
Certo.

Due ragazze spagnole in squadra
Negli anni, le uniche due esperienze con delle ragazze straniere le ho avute nel 2006 quando avevo preso la Luperini che ha voluto in squadra due spagnole - Iturriaga e Gil Parra.
Attirato dall’idea l’ho “accontenta” - sbagliando - e andando anche contro a quello che aveva visto mia moglie.... Si sa, noi uomini avremmo anche più coraggio, ma voi donne ci vedete molto prima... è la verità.

Tante ragazze italiane smettono di correre perché non trovano squadra
Quest’anno per la prossima stagione ho preso tre ragazze della Giusfredi Bianchi che ha chiuso: due delle tre ragazze, nonostante siano entrambe di giovane età, secondo me, non avrebbero comunque trovato squadra, sarebbero rimaste a piedi.
Poi Laura Tomasi, primo anno, non trovava squadra e, se non l’avessi presa, avrebbe smesso di correre, come la bolzanina Francesca Pisciali.
Ho avuto una trentina di richieste da parte di ragazze italiane che volevano entrare a far parte della squadra... una trentina!
Francesca Cauz a parte (perché non fa parte delle giovani), ne ho prese 4... e le altre ragazze dove sono? Rimangono a piedi e smettono di correre.
Sembra che in alto non capiscano... se se ne rendessero conto ci agevolerebbero. E non parlo di soldi, ma di qualche incoraggiamento e di qualche convocazione che caricherebbero le ragazze.
Nonostante tutto continuo e non è che questo mi favorisca, anzi, mi penalizza.

Se non si semina non si raccoglie
Tante squadre Italiane, anche della mia potenzialità, puntano sulle straniere perché costano meno e rendono di più. Però non hanno capito che se non si semina non si raccoglie....

Il ciclismo femminile in Italia sta andando alla grande, ma il movimento non ha potenzialità
Nonostante questo il ciclismo femminile italiano sta andando alla grande e questo perché abbiamo la fortuna di avere ancora delle individualità.
Basta guardare il numero delle cicliste partenti al Campionato Italiano: una cinquantina al massimo. È questa la potenzialità del movimento ciclistico femminile che c’è in Italia.
In più tutte le atlete migliori corrono con squadre straniere all’estero. E l’estero cos’è?! Il patrimonio del ciclismo femminile italiano? Dipende dai punti di vista. Io non li condivido.

Avanti grazie alle auto-soddisfazioni
Non sono affatto d’accordo sui modi e le strategie che stanno attuando oggi per sviluppare il ciclismo femminile, nella maniera più assoluta, ma vado avanti comunque per la mia strada, senza guardare più in faccia a nessuno.
Continuo a coltivare il mio orticello, molto spesso contro corrente, perché a far questo sono stato ripagato alla grande!
Vedo dove sono alcune delle atlete che ho avuto, quelle valide che si chiamano Campionesse con la C maiuscola!
Ricevere anche quest’anno ai Mondiali dei messaggi per chiedermi consigli, dalle due ragazze forse più importanti che ho avuto (Bronzini a parte): Tatiana Guderzo ed Elisa Longo Borghini, dopo anni che non sono più nella mia squadra. È questo quello che ti ripaga, almeno a livello di soddisfazioni vuol dire che non sei stato nessuno.
Tante cicliste che sono in Nazionale sono passate da me: la Valsecchi, la Frapporti, la Guderzo, la Bronzini, la Longo Borghini, ecc....
Dopo tanti anni, penso sia un’auto-soddisfazione aver “allevato” e fatto crescere più della metà delle ragazze presenti ai Mondiali anche quest’anno. “Auto” perché dalla Federazione in su non te ne danno... ti seguono e ti aiutano solo se hai l’atleta vincente.
La realtà del ciclismo femminile è questa.

Ripensando alla sua lunga e bella carriera, qual è il ricordo che porta nel cuore?
Ho tanti ricordi nel cuore... Tanti tristi e tanti belli.
I ricordi più belli sono quelli che mi hanno lasciato le atlete, quelle riconoscenti e quelle con cui ho raggiunto degli obiettivi, magari andando contro il parere di tutti.
Ne dico uno, ma ne direi tanti altri....
Quando ho preso Tatiana Guderzo, l’attuale tecnico Salvoldi l’ha voluta in pista per farle fare un test e non fu all’altezza delle sue aspettative... ricevuta poi la sua telefonata con le lamentele, nonostante le convocazioni, non l’ho più mandata e ha lavorato con me per cinque o sei anni, durante i quali è cresciuta gradatamente, aumentando intensità e carichi di lavoro. In quel momento non era considerata abbastanza, ora però, da anni in Nazionale, partecipa agli appuntamenti più importanti ed è la pistard Italiana più giovane ad aver partecipato alle Olimpiadi di Atene nel 2004 - aveva 19 anni.
Ecco, questo è un episodio che per me è una rivincita, ma ce ne sono anche altri.
Ricordi di risultati che io chiamo auto soddisfazioni:
le vittorie ai Giri d’Italia, i due Mondiali, i 5-6 Europei vinti e i 18 italiani vinti, le 268 maglie azzurre indossate fino ad adesso.
Ciò che mi spinge ad impegnarmi sulla strada che ho intrapreso 24 anni fa non è di certo il sentirmi dire “bravo”. Lo faccio per me stesso. È la passione... una brutta malattia!

Una passione coltivata con il supporto della famiglia e degli amici
Al di fuori del mio lavoro ho solo il ciclismo, dove ho investito e investo tutto. Tra l’uno e l’altro sono impegnato praticamente sempre.
Ho la fortuna che mia moglie mi supporta e mi “sopporta” in questo. Nonostante non sia appassionata (va a vedere le partite di basket con mia figlia e mia nipote) è il Presidente della società e segue le iscrizioni e tutta la parte burocratica.
Fin quando c’è salute e ci sono quei pochi amici che mi danno una mano, io vado avanti. Poi quando non ce la farò più chiuderò.

Aveva parlato della sua squadra, definendola un Team “cuscinetto” con l’importante compito di consentire alle ragazze un passaggio meno traumatico dalla categoria Juniores alla Élite. Cosa significa per le donne l’assenza dello step della categoria Under23, come nel maschile?
Non ci sono i numeri per poter fare la categoria Under 23 e penso che sarà sempre così. Non c’è nemmeno più chi organizza le gare.
È già difficile per la categoria élite. Una decina di anni fa c’era una competizione ogni domenica, mentre oggi sono tre le gare importanti in tutta Italia: il Giro del Trentino (lo chiamano Giro, ma è di un giorno solo), il Giro della Toscana (dei tre giorni, il primo è il Prologo serale di 1,5/2 km) e il Giro d’Italia... l’unica grande competizione che abbiamo, a cui bisognerebbe mettere un fermo.
L’assenza di gare ti costringe ad andare all’estero per correre e, oltre ad essere più difficoltoso, è anche più dispendioso economicamente.

Le gare Open
Come in Svizzera, Francia, Danimarca, Olanda, ecc... dall’anno scorso vengono organizzate le gare Open, dove, per fare numero, si ritrovano a gareggiare le Junior e le Élite insieme.
Sono forse l’unica salvezza perché al via non ci sono più solo una cinquantina di ragazze, ma il doppio.
Capita però che qualche squadra della categoria Junior si senta “svalutata” o in qualche modo “oscurata” quando a vincere è una Élite perché pur essendoci due categorie, due premiazione e due classifiche, non hanno la stessa risonanza di quando si vince da soli.

Da Junior a Élite, un passaggio difficile e non tutelato
Capita che le squadre Junior abbiano spesso più “mezzi” e possibilità delle squadre élite. Non sono tante però quelle che li utilizzano per fare il salto o il passo in più e per portare le ragazze più avanti.
Sono poche le squadre come la mia e dovrebbero essere molte di più, sarebbe meglio e le ragazze italiane non sarebbero costrette a smettere di correre.
La Federazione non fa niente per tutelare la fascia di cui facciamo parte, non appoggia o supporta chi intraprendere la strada di accompagnare le Junior nella categoria élite, facendole maturare per 3/4 anni - il tempo che serve per fare il salto e farle entrare gradatamente nel ciclismo professionistico - oggi molto esaltato e di qualità. Qualità molto alta rispetto a tempo fa per un insieme di cose, tra le quali la disponibilità economica delle squadre straniere che possono permettersi preparazione e attrezzature di livello.

Quali sono le principali difficoltà che oggi una squadra come la vostra deve affrontare?
Il problema principale è il discorso economico.
Servirebbero molti, ma molti più soldi di quelli che si riescono ad avere con gli sponsor che non si trovano facilmente perché pochissimi imprenditori credono nel ciclismo femminile.

Affrontare squadre economicamente più forti
Faccio un esempio con l’annuncio di poco tempo fa della formazione della nuova squadra femminile della Movistar.... Società che si può permettere di investire 1 milione di euro per un team di una decina ragazze - quasi tutte spagnole. A parte il fatto che una cifra del genere non so neanche come si scrive, è un importo con il quale non posso minimamente competere e non solo per la qualità delle ragazze che si può permettere di avere - tra le migliori al mondo. La possibilità economica agevola tutto: i trasferimenti, l’andare a provare le gare, ecc....
Io, con una bicicletta a testa - e devo ringraziare il Signore di averla - che mi pago perché non me la dà nessuno come sponsorizzazione, mi ritrovo magari al Giro d’Italia, a gareggiare con i tre squadroni più grossi... al pullman da tot mila euro, si aggiungono i quattro meccanici, i cinque massaggiatori e le quattro biciclette a testa delle ragazze. Dove andiamo...?!

Gli squadroni vengono anche invitati e gli pagano da mangiare e da dormire in albergo, li rimborsano anche.
Se io, invece, devo portare la squadra all’estero per far crescere le ragazze - perché l’esperienza la si fa dove c’è la qualità, non a fare le poche gare in Italia - devo pagarmi tutto.

Questo è quello che non condivido nella maniera più assoluta: io che sono “povero” sono penalizzato, quelli che sono già “ricchi” sono agevolati.
Non capiscono che noi siamo importanti come gli altri.

Però io sono duro e non mi fermo. Continuo a crederci anche se mi arrabbio perché è abbastanza umiliante....
Avanti sempre e sempre con le Italiane, solo Italiane!

Perché secondo lei oggi giorno si dovrebbe puntare sul ciclismo femminile?
Io credo che il ciclismo femminile sia il futuro.
Ricordo il comportamento e i commenti durante il Campionato Italiano a Viterbo nel ‘75. Oltre a considerare le cicliste delle poco di buono, spruzzavano l’alcol e mettevano loro i bastoni tra le ruote. Io ero là, sono cose che ho vissuto.
All’epoca nessuna donna o quasi andava in bici per la strada. Ma adesso in tante praticano il ciclismo e sono un numero che cresce.

La crescita del settore femminile e la stagnazione di quello maschile
Guardando la situazione a livello commerciale, nel settore femminile c’è un progresso e una crescita. È una via che negli anni si è aperta e continua a farlo, ha uno sbocco.
Gli uomini hanno sempre corso e il settore maschile c’è sempre stato. La loro è una via stagna e ormai satura.

Gli sponsor non entrano nell’ottica giusta, preferendo la strada più semplice e meno rischiosa. D’altronde funziona così in generale.

La crisi economica e lo Stato che scoraggia
In più adesso difficoltà ce ne sono in tutti i settori.
Alla crisi economica si aggiunge lo Stato che toglie anziché aiutare, forte della sua convinzione che una società sportiva faccia girare soldi in nero. Anche se c’è qualche piccola realtà - che poi è dappertutto, in qualsiasi settore e ambiente - fare di tutta l’erba un fascio comporta per chi ci dà una mano avere più controlli dei banditi e dei ladri e per chi vorrebbe darcela, perché magari ha il soldino, il potersi trovare a casa la finanza. Chi glielo fa fare?

In quali aspetti il mondo del ciclismo femminile è migliorato rispetto a quando ha iniziato la sua carriera da direttore sportivo e in quali, invece, è rimasto lo stesso?
In tutte le categorie adesso c’è una preparazione molto più accurata, non improvvisata, molto più “scientifica” e si è migliorata molto nei mezzi e nel materiale. Si sono fatti passi da gigante.
Le persone però sono quasi sempre le stesse. Non dico nullo, ma c’è poco, pochissimo ricambio e coinvolgimento di persone giovani.

In cosa dovrebbe, invece, cambiare ed evolversi e chi dovrebbe fare in modo che accada?
C’è un’interruzione della crescita dal settore giovanile al passaggio al professionismo. Manca qualcosa che va capita e completata.
Ripeto anche che servirebbe gente giovane, interessata a proseguire la strada dei “vecchietti” come me e parlo di Direttori sportivi, organizzatori, società, ecc....

Nella bozza della Legge Finanziaria 2018 brilla lo stanziamento di 6 milioni di euro destinati al Giro d’Italia... nel programma di finanziamento pubblico nessun riferimento all’equivalente competizione femminile, entrata a far parte dal 2016 del calendario internazionale UCI Women’s World Tour. Il suo pensiero al riguardo?
Un finanziamento per i maschi e non per le donne... Non è da meravigliarsi.
Ho votato la vostra petizione per richiedere un contributo anche per il Giro Rosa.

Terminata la stagione su strada e tirate le somme, quali sono i nuovi progetti per la prossima?
Le speranze di fare il meglio possibile sono tante, vedremo strada facendo.
Spero che le ragazze si esprimano, che abbiano voglia di fare e che abbiano la modestia e l’umiltà di lavorare intensamente. Sembra di sì... vedremo.

Lucio Rigato con i suoi 45 anni di carriera ha fatto un grande regalo al ciclismo e all’Italia. Che stia continuando a farlo è un onore e una fortuna.
Buon lavoro a lui e alla nuova rosa della Top Girls Fassa Bortolo!
Vania Canvelli, Francesca Cauz, Elena Leonardi, Sara Mariotto, Chiara Perini, Francesca Pisciali, Nadia Quagliotto, Beatrice Rossato e Laura Tomasi.

Ilenia Milanese
cicliste.eu

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Author: Ilenia MilaneseEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.